NON HO AVUTO IL CORAGGIO DI INCONTRARE
QUELLA MAMAN
In margine a una puntata di “I fatti
vostri”.
Sono stata invitata a partecipare ad
una puntata de “I fatti vostri”, in onda il 3 dicembre su una
questione molto delicata: la storia di una maman che chiede perdono.
L’idea di “salvare” le maman che
molto spesso sono soltanto delle ex vittime della tratta, ce l’ho
in testa da tempo e insieme alle mie collaboratrici, l’ho messa
anche tra le proposte conclusive dell’indagine sulla realtà
sommersa delle vittime della tratta.
E mi è già capitato di incontrarne,
constatando che si tratta di trafficanti da quattro soldi, ragazze
che hanno cercato di fare le furbe e si sono inguaiate.
Quando ho ricevuto l’invito a
partecipare al programma tv sono stata contenta, pensando che in
quella occasione avrei potuto contribuire a dire qualcosa di nuovo
sul problema.
Ma avrei dovuto farlo in TV e io non
sono sempre abbastanza brava, né in pubblico, né in tv a dire tutto
quel che dovrei.
Pensando a quell’appuntamento mi sono
tornate in mente tante cose, prima fra tutte il mio calvario in
ospedale, dove sono finita dopo aver detto BASTA alla mia maman e
dopo che lei ha incaricato degli energumeni di punirmi.
Quelli quasi mi ammazzano, quasi perdo
un occhio,…quattro giorni di coma, mesi di convalescenza, e
l’occhio mi da ancora problemi.
Salvare le maman, allora, non può
voler dire raccogliere il pentimento di ogni ex maman che, dopo un
periodo più o meno lungo di carcere e a fronte di un altro lungo
periodo, pensa a ciò che ha fatto e piange.
Non ho trovato il coraggio di andare in
TV e sono scappata di fronte a questa opportunità perché certe cose
sono facili a dirsi, molto meno a farsi.
Ho poi guardato il programma, andato in
onda senza la mia partecipazione ed ho visto le lacrime di questa
ragazza nigeriana, condannata a sei anni, mica a sei mesi.
Piange perché le è stato tolto il
figlio e non è giusto che lui paghi per gli errori della mamma.
Parole giuste. Tutti i detenuti
piangono per i loro errori e quasi tutti non vorrebbero che i loro
errori ricadessero sui figli.
Ma il pianto non può essere
liberatorio se è riferito solo a se stessi…è umano che una mamma
pianga la lontananza dei figli ed è umano che chi ascolta il suo
pianto di mamma si commuova.
Ma se non ci sono lacrime vere per le
ragazze che sono state sfruttate, non siamo di fronte ad un
pentimento, ma solo ad un dolore umano ma inevitabile, perché una
pena è giusta anche se il detenuto piange, e fino a quando on ha
capito davvero le proprie colpe e non è pronto ad una vita nuova e
diversa, la sua sofferenza merita rispetto, ma i suoi errori meritano
di essere punito perché c’è qualcun altro che ha sofferto a causa
di quelli.
Quante ragazze sono state sottomesse a
quella maman e magari hanno sofferto e soffrono ancora; quante i
figli non li avranno perché le violenze subito hanno tolto loro la
fecondità; quante hanno avuto figli che le maman hanno tolto loro
per usarli come strumento di ricatto, e quante maman sono rimaste
impunite e libere potendosi nascondere dietro alla apparenza di
essere buone madri.
Non sono andata in tv per la paura di
essere troppo cattiva nei confronti di quella maman, ma anche per la
paura di essere, invece, troppo scossa e commossa dalla sua
situazione, poiché dietro ad una maman c’è sempre una ex vittima
della tratta.
Per questo, però, mentre dimostro che
500 ragazze sono state uccise, mi riesce difficile andare in TV ad
ascoltare come se niente fosse la sofferenza di una maman con il
rischio di sembrare io la cattiva che non perdona e lei la disperata.
O di dimostrare, alla fin fine, di
esser disperata cme lei e che, quindi, vittime e carnefici sono la
stessa cosa.
In questa Italia siamo tutti o troppo
razzisti o troppo tolleranti e, allora,può succedere quel che
successo in tv, al programma e, cioè, che il pubblico mostra
comprensione per la sofferenza di questa donna e se potesse votare
per la sua liberazione lo farebbe subito, sull’onda di una emozione
suscitata in TV.
Io emozioni in Tv ne ho trasmesse e ne
ho vissute tante, ma non ho visto nessun cambiamento nell’opinione
pubblica e nelle forze politiche, nelle associazioni, ecc. ecc., per
cui ad un certo punto mi dico ma che ci vado a fare, solo a
trasmettere la mia dose di emozioni e di dolore.
Non ho avuto il coraggio, questo mi
dispiace.
Molte donne e molti amici mi dicono che
sono coraggiosa, ma non è così.
Ho avuto coraggio quando ho affrontato
l’ignoto e sono finita nella tratta. Ne ho avuto quando ho detto
basta.
Non posso farmi forza ogni singolo
giorno per affrontare sempre nuove situazioni, sempre nuovi drammi.
Ho voglia di una vita normale.
Come dice Saviano, la mia opera più
grande sarà ricostruirmi una vita normale.